I “bunkerini” della Falck

I “bunkerini” della Falck

Si può senz’altro affermare che Sesto San Giovanni sia stato il “polo industriale” di Milano e, cosa “curiosa” a dirsi, durante la Seconda Guerra Mondiale è stato minimamente interessato dai bombardamenti angloamericani. In particolare sulle grandi aree delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (già Società Anonima Acciaierie e Ferriere Lombarde, fondata ai primi del Novecento) non è caduta alcuna bomba d’aereo.

Da diversi anni il complesso è dismesso, ma conserva ancora alcuni elementi del passato decisamente inamovibili, tra cui figurano due piccoli bunker che guardavano altrettanti accessi.

Si tratta di strutture apparentemente in cemento armato e sostanzialmente identiche, tranne qualche piccolo dettaglio costruttivo.

Entrambe a pianta circolare hanno la copertura conica e l’accesso è protetto da un ampio “paraschegge-parasoffio”. Internamente vi è una sorta di camera monopersona in metallo.

Ed ecco dove si differenziano.

Se la struttura ovest presenta la camera in metallo “nuda” e adatta a ospitare comodamente una sola persona, quella est ha innanzitutto un portello di chiusura, un sedile che corre per tre quarti lungo il contenuto perimetro interno e tre feritoie.

Tali feritoie, strombate verso l’esterno, presentano inopportunamente delle sbarre e sotto il rivestimento esterno si scorgono dei mattoni, come indica la freccia in una delle immagini a corredo.

 

ARENA: il “popolarissimo” «Ricovero N° 55»

ARENA: il “popolarissimo” «Ricovero N° 55»

Durante la Seconda Guerra Mondiale al di sotto del prato dell’Arena Civica esisteva un rifugio antiaereo ricavato in una preesistente galleria di percorrenza.

Tale “via sotterranea” consentiva in origine ad atleti e giocatori di giungere al bordo del campo direttamente dalla struttura dov’erano situati gli spogliatoi.

Osservando la scheda d’epoca del «Ricovero N° 55» vediamo che si sviluppava da sotto gli spalti fino alle due uscite diametralmente opposte, dotate di scalinata. Era suddiviso in sei celle, aveva una superficie di 175 m2 e una capacità di 350 persone. In ogni caso già nel settembre 1940 si registrava un afflusso ben superiore, ovvero di 800 persone. L’ambiente di ricovero era indicato come «popolarissimo» (Maria Antonietta Breda, Milano 5 ottobre 1940. I rifugi antiaerei pubblici del Comune di Milano – Milan, 5th October 1940. Milan Municipal public air-raid shelters, Lo Scarabeo Editrice, Milano 2015, p. 216).

Tanto per fare un paragone si può ricordare che il «Ricovero N° 87» (Scuole primarie Leopardi, attuale Viale Bodio) era indicato come «popolare». Quello di Via della Spiga, il «Ricovero N° 5», era «signorile», ma alla data del 13 settembre 1940 registrava un’affluenza di sole 50-100 persone in uno spazio destinato a contenerne ben 700. Uno dei motivi poteva anche essere che l’ambiente veniva considerato umido, a differenza degli altri due; in una nostra recente visita abbiamo in effetti constatato che le ex-celle sono decisamente molto umide.

Tornando al «Ricovero N° 55» vediamo sempre dalla scheda che aveva una dotazione di 1 cassetta di pronto soccorso, 5 secchi, 6 lampade ad olio, 4 picconi, 4 badili, 4 tra mazze e leve e un paio di cassoni contenenti sabbia, utile per spegnere gli incendi e soprattutto per cercare di “soffocare” gli spezzoni incendiari.

Oggi il ricovero è destinato a magazzino e le due uscite a bordo campo sono tamponate. Dell’epoca rimangono la pavimentazione e alcune plafoniere stagne, oramai non più funzionanti.

 

 

Il rifugio antiaereo della Stazione Centrale di Milano

Il rifugio antiaereo della Stazione Centrale di Milano

Il rifugio della Centrale

 

Siamo all’interno di un grande rifugio antiaereo, probabilmente il più grande e il più vecchio costruito al di sotto della metropoli.

La sua collocazione così in profondità e la solidità della costruzione sovrastante lo dotavano di caratteristiche antibomba, rendendolo efficace contro tutti gli ordigni conosciuti allo scoppio della guerra. Ai piedi della scalinata che scende al rifugio vi sono bottiglie di vino e di superalcolici vuote, giornali pornografici, un guanto in gomma, preservativi usati, ultimi segni del passaggio di estranei. Non siamo i primi a venire a curiosare e sicuramente non saremo gli ultimi.

Ci soffermiamo in una sorta di anticamera chiusa frontalmente da un muro, forse successivo alla costruzione del rifugio, oltre cui si sviluppa rettilinea una lunghissima galleria. Alla destra ve n’è una seconda, parallela e altrettanto lunga.

Quest’ultima è provvista di una porta antigas in calcestruzzo di cemento armato, un volantino metallico centrale che comanda quattro chiusure angolari e guarnizioni. Spingiamo leggermente e i cardini rispondono ancora bene perché si apre senza difficoltà.

La galleria è tutta rivestita di cemento lisciato: la parete di destra reca un’infinita teoria di supporti metallici che servivano da base alle panche lignee, le cosiddette “sedute”. La gente infatti se ne stava seduta qui per ore e ore mentre la propria città veniva martoriata dalle bombe, tese a fiaccare il morale dei civili e creare disagi insormontabili nell’illusione o di accelerare la fine della guerra o di punire gli inermi.

Sulle pareti si scorgono ancora le scritte a matita, i segni graffiti sul cemento e strisce di carta stampata con la scritta in azzurro vietato fumare. A sinistra si aprono, a intervalli, brevi corridoi di comunicazione con l’altra galleria, sostanzialmente analoga, ma priva di sedute. Dalle volte pendono ancora i vecchi impianti d’illuminazione oramai corrosi dalla ruggine e miriadi di piccole stalattiti, soprattutto in corrispondenza delle sottili crepe che si sono aperte nel cemento.

Ad un tratto comincia a esserci acqua sul pavimento, e sulla destra una rampa di scale sale nel nulla perché chiusa alla sommità da pianelle in cotto; davanti qualcuno ha scavato il pavimento mettendo a nudo un substrato di ghiaia. Il motivo ci rimane ignoto. L’acqua è abbastanza fonda e nessuno ha voglia di fare il bagno in quanto non conosciamo la natura dell’infiltrazione e, data la profondità degli ambienti, potrebbe essere fognaria. Ma l’aria non puzza e ci ripromettiamo di tornare con la flottiglia s.c.a.m., ovvero con i nostri piccoli battelli pneumatici.

Dopo qualche giorno rieccoci alla carica con stivaloni da pescatore alti fino al petto, un battellino pneumatico arancione e celeste con tanto di remi. Uno di noi indossa una muta n.b.c. (a prova di contaminazione nucleare-batteriologico-chimica) completa di fabbricazione russa, acquistata da speleologi di Sebastopoli. Loro, a differenza di quanto facciamo noi dello s.c.a.m., utilizzano per le loro esplorazioni attrezzatura militare dismessa dall’esercito, e questa è una peculiarità, poiché oggi si prediligono capi di vestiario e accessori di nuovissima concezione e all’avanguardia.

Novelli incursori del sottosuolo, tra frizzi, lazzi e battutacce, chi in un modo chi nell’altro guadagniamo tutti la sponda opposta e proseguiamo la nostra visita.

L’acqua proviene da una vecchia tubatura in ghisa che perde a profusione e il sospetto è che sia potabile; segnaliamo poi il tutto a chi di dovere, impiegato negli uffici ai piani alti della Stazione. A terra, semisommerse, vi sono alcune pesantissime porte antiscoppio erose dalla ruggine.

Le gallerie parallele conducono infine ai locali di servizio: gabinetti, stanze dove un tempo erano collocati i motori e le apparecchiature per l’aerazione e probabilmente anche il filtraggio dell’aria. Altra anticamera, un paio di porte antiscoppio ancora riverse sul pavimento e una bella scalinata, con ancora un paio di cartelli della serie vietato fumare, che conduce fuori. Il portone è sbarrato, ma crediamo che il percorso sbuchi sulla via Ferrante Aporti o su di uno spiazzo adiacente. Forse.

Brano tratto da “Milano sotterranea” di Gianluca Padovan e Ippolito Edmondo Ferrario, Newton Compton Editori