A grande richiesta ritorna a Milano lo spettacolo “256 Secondi. Piovono Bombe”

A grande richiesta ritorna a Milano lo spettacolo “256 Secondi. Piovono Bombe”

A grande richiesta, dopo il successo avuto negli anni precedenti, ritorna lo spettacolo scritto e diretto da Cesare Gallarini, allestito nell’ex ricovero antiaereo della scuola di via Bodio 22 a Milano. Cinque date, nel mese di ottobre, per rivivere e riflettere sul dramma dei bombardamenti sui civili. Uno spettacolo, unico, intenso, organizzato in quei locali sotterranei che furono autentico ricovero antiaereo durante il Secondo Conflitto Mondiale.

Prenotarsi presso Milanoguida:

 

 

Il rifugio antiaereo nella zona di piazzale Brescia

Il rifugio antiaereo nella zona di piazzale Brescia

Costruito nel 1938, il bel palazzo s’affaccia su Piazzale Brescia. Il proprietario ci ha accompagnato cortesemente a visitare le sue cantine laddove vi è ancora oggi il rifugio antiaereo.

La porta in ferro e cemento della SISTI ha una data timbrata con l’inchiostro, perfettamente leggibile: SET 1939.

Un’altra scritta, a vernice nera, all’interno di una successiva porta blindata recita: USCITA.

Tra le classiche cose che possono ingombrare uno spazio oggi adibito a cantina si scorge, un po’ “seppellita” dagli oggetti polverosi, una panca in muratura, la classica “seduta” per gli occupanti del rifugio. Un tratto di tubo verde lascia intendere che un tempo il rifugio fosse dotato almeno di un impianto di ventilazione forzata e filtrazione dell’aria.

La cosa curiosa è che nel 1943 si era installato nel palazzo un non ben identificato “comando” tedesco e parte o tutto il rifugio antiaereo era stato da loro occupato. Nel 1945, a guerra conclusa, nel palazzo e quindi anche nel rifugio si era installato un altro non ben identificato “comando”, stavolta americano.

Su di una porta d’epoca in legno si può leggere la scritta tracciata con il gesso bianco: Beer Bottles.

Difatti, come rammenta il proprietario dello stabile, nello spazio cantinato gli americani tenevano le casse contenenti le bottiglie di birra.

Si ricorda anche come tutta la cantina, rifugio compreso, fossero stati lasciati perfettamente puliti e in ordine dai tedeschi, mentre gli americani lasciarono il posto decisamente sporco.

Se gli aneddoti curiosi e simpatici si susseguono tra una stanza e l’altra, emerge comunque dai ricordi il dramma della guerra, di una Milano parzialmente rasa al suolo e abbandonata perché buona parte della popolazione civile (soprattutto i bambini) era stata “sfollata”.

«Ricordo che quella via aveva le case sul lato destro tutte demolite, mentre quelle sul lato opposto si erano salvate…», racconta il distinto signore prima di chiudere alle spalle l’ultima porta blindata.

Un altro tassello si è aggiunto all’indagine sui rifugi antiaerei di Milano.

Altre informazioni sui rifugi antiaerei di Milano le troverete sul libro: Alla scoperta di Milano sotterranea.

https://www.newtoncompton.com/libro/alla-scoperta-di-milano-sotterranea

Buona lettura.

Sirene d’allarme a Milano

Sirene d’allarme a Milano

I penetranti e cadenzati suoni della sirena davano il preallarme, l’allarme e il cessato allarme. La gente così sapeva di doversi recare, e di corsa, nei rifugi antiaerei.

Ma prima delle ostilità la sirena serviva, e tutt’oggi serve, a ben altri scopi. Erano prodotte per essere installate nelle fabbriche, negli aeroporti, nelle caserme dei Vigili del Fuoco, ecc. I primi tipi di sirena erano elettromagnetici, a membrana vibrante, ma risultavano poco potenti; successivamente s’impiegarono anche le sirene elettromeccaniche, a turbamento d’aria.

Durante la Prima Guerra Mondiale si erano proposti e sperimentati vari sistemi per allertare alla popolazione civile, all’approssimarsi di velivoli avversari. Suono delle campane, esplosione di razzi e petardi, persino il suono delle trombette da postino doveva servire ad avvisare gli abitanti di città e paesi. Ma inizialmente si nutrivano delle perplessità in quanto i segnali acustici avrebbero potuto favorire, di notte, l’orientamento degli aeroplani avversari sugli obiettivi.

Ad esempio, a Como si “requisirono” dal Museo due piccoli cannoni ottocenteschi ad avancarica per colocarli al Castello Baradello, in cima all’omonimo colle che sovrasta la città: i colpi a salve sarebbero stati bene uditi (Maria Antonietta Breda, Gianluca Padovan, Como 1915 – 1945: protezione dei Civili e rifugi antiaerei, Lo Scarabeo Editrice, Milano 2014, pp. 47-48).

Ma ben presto si pervenne alla considerazione che il sistema migliore era l’utilizzo delle sirene.

Ad esempio a Como, in data 13 giugno 1940, abbiamo la comunicazione del Prefetto Presidente Mario Trinchero, il quale tra le varie disposizioni richiede che «Nelle località ove il segnale d’allarme è udito meno distintamente, i vigili del fuoco integreranno il suono delle sirene fisse adoperando mezzi sussidiari di allarme costituiti da sirena a mano, motocarrozzette, con sirene a campana, raganelle, ecc. Questi mezzi complementari dovranno subito essere azionati da detti vigili, che appena udranno l’allarme scatteranno immediatamente percorrendo le zone di silenzio» (Archivio del Comune di Como, Anno 1932-1945, N° 3779, Fasc. 2).

In un documento del «Comune di Milano, Ufficio Tecnico – Divisione VI, Sezione Servizi industriali», datato 13 gennaio 1950, le sirene installate a Milano tra 1933 e 1945 dal Comune risultano essere state 53 (Atti del Comune di Milano, Cittadella degli Archivi e Archivio Civico di Milano).

Nello specifico, a Milano nel 1933 vi è l’installazione di «un centralino e di n° 15 sirene tipo SAAR», mentre nel 1937 s’installano altre 18 sirene. L’anno seguente vi è lo «Spostamento di n° 5 sirene dal Centro alla periferia». Nel 1939 si registra l’«Installazione di n° 6 sirene tipo elettromeccaniche».

Agli inizi del 1940 abbiamo lo spostamento della Centrale d’Allarme da piazza degli Affari alla Regia Prefettura, ovvero all’interno della cosiddetta “Torre delle Sirene”, nonché il «Trasporto di n° 6 sirene dal Centro alla periferia» e l’«Acquisto ed installazione di n° 6 sirene elettromagnetiche e di 1 centralino tipo SIIS». Inoltre: «Acquisto ed installazione di una sirena per la Galleria V. Emanuele. Lavoro Stipel per collegamento e impianto elettrico».

L’anno seguente si ha l’«Installazione di n° 17 sirene elettromagnetiche. Collegamento e adattamento delle sirene della Stazione e del Magazzeno di Baggio».

Nei successivi anni di guerra si registrano solo i costi delle manutenzioni affidate alla Ditta SAITE, nonché le spese per le riparazioni, l’energia elettrica, il canone Stipel, ecc.

Con il 1945 e la fine delle ostilità avviene la dismissione dell’impianto d’allarme: «Smontaggio di n° 35 sirene su invito della Prefettura». In ogni caso mancherebbero “all’appello” ancora 18 sirene su 53.

A corredo si uniscono un paio d’immagini di sirene antiaeree.

A.«Sirena di grande potenza» brevettata dall’ing. Baldrocchi (Cittadella degli Archivi e Archivio Civico di Milano).

B.Sirena d’epoca proveniente da Milano, conservata presso la “Galleria Storica dei Vigili del Fuoco” a Chiavenna. Sul fusto metallico e in rilievo si legge: «ing. v. fachini milano brev. n. 522», mentre una consunta targhetta rivettata riporta la scritta «marelli» (foto Davide Padovan).

L’altro giorno Davide ci ha segnalato l’esistenza di una “sirena”, esposta nel locale milanese“Pizzeria Fabbrica con Cucina”, situato in Viale Pasubio n. 2 (web: lafabbricapizzeria.it.). Ovviamente siamo andati a fotografarla.

Si tratterebbe, come recita il piccolo cartello appeso sotto l’oggetto, di un «Diffusore di una fabbrica per sirena di allarme aereo risalente alla Seconda Guerra Mondiale». All’interno del cono metallico si legge ancora il nome della fabbrica: Magnadyne.

Si ringrazia il Gestore per averci lascito fotografare questo “pezzo di storia”.

Sui tetti della città vi sono ancora sirene d’allarme risalenti all’ultima guerra mondiale? Forse sì. Se vi capiterà d’individuarle e avrete la possibilità di fotografarle, inviateci il materiale, chiaramente corredato da un vostro scritto, anche breve: saremo lieti di pubblicarlo.

 

256 secondi, piovono bombe! La prima serata dello spettacolo

256 secondi, piovono bombe! La prima serata dello spettacolo

256 secondi, piovono bombe!

Questa sera, presso il Rifugio Antiaereo N° 87, c’è stata la “prima” dello spettacolo teatrale

256 secondi, piovono bombe.

Al suo quarto anno, lo spettacolo teatrale-emozionale del regista e attore Cesare Gallarini ha riscosso nuovamente il meritato successo.

Come riportato nella locandina, si parla innanzitutto e soprattutto di “schegge di bombardamenti aerei sui civili”, ripercorrendo a larghi tratti non solo l’evoluzione dell’aereo da bombardamento, ma anche quanto subito dalla popolazione inerme.

Lo spettacolo è stato preceduto dalla visita guidata al rifugio antiaereo organizzata da MilanoGuida.

 

 

 

 

Rifugi o semplici “ripari”?  (Parte prima: le origini)

Rifugi o semplici “ripari”? (Parte prima: le origini)

«Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello / Sarà la cortesia del gran Lombardo»

Dante Alighieri, Paradiso, XVII

 

 

Quando si studiano le guerre del passato si tende a non considerare le implicazioni negative per i civili. In pratica gli “effetti collaterali” passano sovente in ultimo piano.

Trattando di rifugi antiaerei si è invece portati a considerare che cosa dovettero subire i civili a causa degli eventi bellici, aprendo così le porte, metaforicamente parlando, a utili riflessioni.Cominciamo con il ricordare che alla fine del XIX secolo la produzione degli armamenti impone ai vari Stati mondiali profonde valutazioni sul trattamento dei feriti, dei malati e dei prigionieri di guerra.

Nel 1899, su iniziativa dello Zar Nicola di Russia, si riunisce all’Aia (Olanda) la Prima Conferenza Internazionale sulle leggi di guerra, andando ad apportare alcune modifiche alla Convenzione di Ginevra del 1864.

Nel 1907 la Seconda Conferenza dell’Aia vede la partecipazione di 44 nazioni, con la sottoscrizione di tredici Convenzioni e una Dichiarazione. In particolare, per quanto concerne il coinvolgimento dei civili inermi nelle vicende belliche, si sancisce quanto segue:

«Art. 23. Oltre alle proibizioni stabilite dalle Convenzioni speciali, è segnatamente vietato: a) di usare veleni o armi avvelenate; b) di uccidere o di ferire a tradimento individui appartenenti alla nazione o all’esercito nemici».

«Art. 25. È vietato di attaccare o di bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifizi che non siano difesi».

«Art. 27. Negli assedi e bombardamenti devono essere presi tutti i provvedimenti necessari per risparmiare, quanto è possibile, gli edifici consacrati al culto, alle arti, alle scienze, alla beneficenza, i monumenti storici, gli ospedali ed i luoghi dove trovansi riuniti gli ammalati e i feriti, a condizione che essi non siano adoperati in pari tempo a scopo militare. Il dovere degli assediati è di designare questi edifici o luoghi con segni visibili speciali che devono essere preventivamente notificati all’assediante».

«Art. 28. È vietato di abbandonare al saccheggio una città o una località anche se presa d’assalto».

Le vicissitudini politiche e belliche degli anni compresi tra il 1914 e il 1945 dimostrano, purtroppo, che gli articoli summenzionati sono tutti costantemente ignorati. I civili subiscono soprattutto i bombardamenti aerei e devono ricorrere ai cosiddetti «rifugi» per poter tentare di salvaguardare le proprie vite.

Prima Guerra Mondiale

 

La notte del 24 maggio 1915 Ancona è sottoposta a bombardamento navale da parte di navi dell’Imperiale e Reale Marina da Guerra (Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine) dell’Impero d’Austria-Ungheria.

La popolazione civile italiana si rende così conto che può essere esposta agli attacchi anche se non si trova prossima alla linea del fronte; inoltre il potenziamento dell’arma aerea lascia intendere che ogni città può divenire un obiettivo da colpire.

Il 13 aprile 1916 Ancona è bombardata da velivoli austriaci e pochi giorni dopo il Sindaco fa affiggere i manifesti contenenti le norme per i rifugi antiaerei ad uso privato, in base all’articolo n. 153 della Legge Comunale N° 148 del 4 febbraio 1915.

Il testo della comunicazione recita:

«I proprietari di case debbono tenere le grotte, le cantine e gli altri locali sotterranei che possono servire di rifugio agli inquilini delle case stesse in istato di ordine e pulizia al fine che bene rispondano allo scopo. E debbano inoltre e al detto scopo:

– rimuovere i materiali di rifiuto che eventualmente le ingombrino, le materie infiammabili e comunque pericolose;

– chiudere convenientemente le aperture verso le strade e i cortili;

– sgombrare e pulire le scale di accesso;

– provvedere a che le scale e i locali possano essere prontamente illuminati, fornendoli di mezzi necessari.

Chiunque potrà denunciare le trasgressione alla autorità comunale (ufficio di Edilizia) che prenderà a carico dei contravventori i provvedimenti di legge».

(Tratto da: Alberto Recanatini, I rifugi antiaerei di Ancona nelle due guerre mondiali, in Roberto Basilico, Maria Antonietta Breda, Gianluca Padovan (a cura di), Atti III Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo: Massa 5-7 Ottobre 2007. Archeologia del rifugio antiaereo: utilizzo di opere ipogee antiche e moderne per la protezione dei civili, Hypogean Archaeology (Research and Documentation of Underground Structures), British Archaeological Reports International Series 2218, Oxford 2011, pp. 1-18).

Ci si rende altresì conto che non solo i militari, ma anche i civili, possono essere colpiti con le «armi avvelenate», ovvero gli aggressivi chimici, comunemente e impropriamente noti come «gas di guerra».

 

 

 

«Armi avvelenate»

 

Nel passato anche remoto, durante taluni scontri, si sono variamente adoperate sostanze nocive e «armi non convenzionali» per sorprendere l’avversario e conseguire più agevolmente la vittoria. Le «armi avvelenate» non sono quindi un’invenzione del XX secolo, ma nel corso della Storia mai si erano impiegate armi così letali e devastanti, in quantità e varietà assolutamente mai viste prima, come durante la Prima Guerra Mondiale.

Ad esempio Alessandro Lustig, già direttore del Laboratorio fisiopatologico di Firenze del Servizio Chimico Militare, nel suo studio in collaborazione con i dottori Ferraloro e Rovida, Effetti e cura dei gas di guerra, richiama alla memoria l’utilizzo di sostanze irritanti impiegate nel corso di alcune battaglie antiche: «I primi composti irritanti venivano sviluppati molto semplicemente bruciando svariate sostanze come pece, catrame, grasso animale e resine, delle quali l’effetto nocivo era già praticamente conosciuto; in seguito vennero adoperate sostanze chimiche che svolgevano gas o fumi irritanti o tossici, come lo Zolfo e l’Arsenico. Pare che tali gas fossero usati dagli Spartani nella guerra del Peloponneso, davanti a Platea ed a Belium (431-404 a.C.). Anche nella Storia Romana ricorrono frequenti accenni alla guerra con sostanze fumogene irritanti, lagrimogene, asfissianti e coi gas» (Alessandro Lustig, Effetti e cura dei gas di guerra, terza edizione, Istituto Sieroterapico Milanese, Milano 1936, p. 4).

Successivamente si ha notizia di sostanze irritanti e/o tossiche e/o velenose utilizzate dai Bizantini, dagli Arabi, nel corso delle Guerre Napoleoniche, ecc. Seppure gli utilizzi di talune sostanze siano stati sporadici, queste erano ben presenti nelle menti di coloro i quali si occupavano di “arte militare”.

«Gas di guerra»

 

Sfogliando le cronache e i rapporti dell’epoca emergono varie informazioni a proposito dell’utilizzo dei cosiddetti «gas di guerra», i quali venivano immessi nell’atmosfera mediante apposite bombole (proiettori), caricando specifiche granate, proietti, ecc.

Erminio Piantanida ha pubblicato un interessante lavoro intitolato Chimica degli esplosivi e dei gas di guerra dove precisa che il termine «gas asfissianti» (e così anche «gas di guerra») è improprio per gli aggressivi chimici impiegati in operazioni militari e nello specifico nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Difatti scrive: «Colla denominazione di gas asfissianti indichiamo tutte le sostanze che, allo stato di vapori, od anche di liquidi o di solidi in sospensione sottilissima nell’aria (aerosoli), possono modificare, con la loro presenza, l’atmosfera ambiente al punto da rendervi impossibile la vita. Le sostanze che hanno tale proprietà, e che vengono usate in guerra, sono sempre (a temperatura normale) dei liquidi o dei solidi; un solo gas, vero e proprio, venne adoperato per poco tempo: il cloro. Ad ogni modo, però, per tacita convenzione, è rimasta a queste sostanze la denominazione generica e pratica di gas asfissianti. Meglio si dovrebbero chiamare sostanze aggressive o aggressivi chimici ed esse costituiscono la cosiddetta arma chimica» (Erminio Piantanida, Chimica degli esplosivi e dei gas di guerra, Regia Accademia Navale, seconda edizione, Livorno 1940, p. 331).

Dai lacrimogeni al cloro

 

Ancora Eminio Piantanida ci dice che i Francesi impiegano per primi i gas lacrimogeni contro i Tedeschi in azioni di guerra già nel 1914: «i francesi usarono nel 1914, nelle Argonne, delle granate che contenevano dell’etere etilbromoacetico (lacrimogeno già conosciuto dalla polizia parigina fino dal 1912) e delle granate contenenti cloroacetone; e i tedeschi, pure nel 1914 a Neuve-Chapelle, usarono certi shrapnel contenenti sale di dianisidina (lacrimogeno) e, in principio del 1915, sul fronte russo, delle granate contenenti del bromuro di xilile (lacrimogeno)» (Ibidem, p. 332).

Secondo alcuni l’impiego degli aggressivi chimici da parte tedesca è stata la risposta all’utilizzo di lacrimogeni e similari da parte dei francesi i quali, di fatto, sono stati i primi a dare il via alla “guerra chimica”.

Per quanto concerne l’utilizzo di un vero e proprio gas asfissiante, il cloro, Piantanida scrive: «È noto che l’uso di questi gas asfissianti è stata una innovazione della guerra mondiale 1914-1918 e che il loro impiego fu iniziato apertamente dai tedeschi alle ore 6 pomeridiane, contro una divisione francese, nel settore inglese del fronte occidentale, fra Bixcoote e Langemark. Si trattò allora di una nube di cloro prodotta (secondo i consigli di Haber) dalla emissione di 30 tonnellate di cloro liquido contenuto in bombole di ferro (1600 grandi bombole e 4130 piccole) che erano distribuite su un fronte di 6 chilometri e che furono aperte contemporaneamente mentre spirava un vento (verso il nemico) con velocità di 2-3 metri al secondo. La nube di cloro, larga 6 chilometri e profonda da 600 a 900 metri, investì i soldati francesi con effetti terribili» (Ibidem, p. 332).

 

A questo punto è utile riportare anche la parole di Lustig: «Quando i Tedeschi, il 22 aprile 1915 –

data memorabile nella storia militare – lanciarono nella regione di Ypres in grande stile una nube mortifera a mezzo di bombole di Cloro seminando panico e strage fra le truppe francesi di quel settore, fu quasi unanime il biasimo verso la Germania che, dando inizio a questa speciale offensiva, veniva a violare oltre che il diritto alle genti, precise convenzioni sottoscritte all’Aja, il 29 Luglio 1899 e successivamente nel 1907 (…). Comunque in seguito i Tedeschi si scagionarono dell’accusa di essere stati gli iniziatori dell’offensiva chimica, addossando ai Francesi la responsabilità dell’iniziativa stessa. Si dice infatti che l’Ufficio tedesco di informazioni segrete venne a suo tempo a conoscenza che il Maresciallo Joffre, verso la fine del 1914, disponeva già di proietti e bombe a mano carichi di Bromo e di Cloro-acetone, che furono poi usati contro le truppe tedesche nel fronte occidentale nel marzo 1915. Questo fatto – dicono i tedeschi – determinò la Germania ad iniziare senz’altro l’offensiva coi gas in grande stile, aiutata nella bisogna dalla sua poderosissima industria chimica» (Alessandro Lustig, Effetti e cura dei gas di guerra, op. cit., p. 8).

Gli aggressivi chimici

 

Sulla classificazione degli aggressivi ancora Erminio Piantanida afferma: «non è possibile farne una razionale che tenga conto di tutte le proprietà di queste sostanze e perciò si sono fatte varie classificazioni particolari, ciascuna delle quali considera questi aggressivi prevalentemente secondo una certa loro proprietà» (Erminio Piantanida, Chimica degli esplosivi e dei gas di guerra, op. cit., p. 339).

Soggiunge che la classificazione può avvenire a seconda dell’azione che ogni sostanza determina, in prevalenza, sull’organismo umano, ma che differenti sostanze possono avere su questo effetti identici o analoghi.

Si riporta il sunto della classificazione traendolo da una recente pubblicazione (Maria Antonietta Breda, Gianluca Padovan, Como 1915-1945: protezione dei Civili e rifugi antiaerei, Lo Scarabeo editrice, Milano 2014, p. 38):

– sostanze con azione prevalente sulle mucose degli occhi;

– sostanze con azione prevalente sulle vie aeree superiori, come naso e gola;

– sostanze con azione prevalente sulla composizione del sangue;

– sostanze con azione prevalente sulla pelle;

– sostanze con azione prevalente sul tessuto nervoso.

 

Gli aggressivi chimici impiegati in guerra si possono poi ordinare, indicativamente e per praticità di comprensione, in quattro gruppi:

  1. Asfissianti o soffocanti.
  2. Lacrimogeni e starnutatori.
  3. Vescicatori.
  4. Fumogeni o nebbiogeni.

DIDASCALIE DELLE IMMAGINI

FIG. 1. Manifesto affisso ad Ancona, datato 13 aprile 1916.

FIG. 2. Pubblicità degli anni Trenta della Società Bergomi.