Pillole di storia. I rifugi milanesi in cemento armato tra 1940 e 1945

Pillole di storia. I rifugi milanesi in cemento armato tra 1940 e 1945

Pillole di storia. I rifugi milanesi in cemento armato tra 1940 e 1945.

 

L’unico tipo di rifugio antiaereo che offrisse discrete garanzie di sicurezza era quello costruito in cemento armato.

In linea di massima un buon rifugio antiaereo doveva anche essere “a tenuta stagna”, pertanto impenetrabile agli aggressivi chimici, i comunemente noti e impropriamente denominati “gas di guerra” o “gas asfissianti”. Veniva quindi dotato di sistemi di ventilazione forzata con la possibilità di filtrare e rigenerare l’aria mediante apposite apparecchiature. In pratica funzionava come, si passi il temine, una “maschera antigas corazzata collettiva”. E questo senza considerare un ulteriore fattore di pericolo costituito dal possibile utilizzo delle armi batteriologiche che alcune persone competenti, come ad esempio il generale di Divisione Alfredo Giannuzzi Savelli, ricordarono e argomentarono già negli anni Trenta.

In Italia i rifugi antiaerei così concepiti erano considerati “antiautarchici” in quanto prevedevano un consistente impiego di ferro, acciaio e cemento di buona qualità, nonché di serramenti blindati e d’impianti di ventilazione apposita, non certo economici.

A Milano i rifugi antiaerei in cemento armato sono realizzati, ad esempio, presso alcune Centrali dell’Acquedotto Civico, in alcuni complessi di case popolari e nei piani sotterranei di palazzi signorili, nonché in alcune fabbriche.

Durante la guerra si lavora al rifugio, o meglio al bunker, destinato al Comando del 52° Corpo dei Vigili del Fuoco, situato in Via Bernardino Luini e per l’esattezza al di sotto del cortile del Museo Archeologico (Civiche Raccolte Archeologiche e Numismatiche). Nel 1943 si realizza il Bunker per la Regia Prefettura e la Provincia di Milano, situandolo nel giardino degli storici palazzi Diotti e Isimbardi.

Tra il 1943 e il 1945 si costruiscono due grandi rifugi sotterranei destinati all’uso pubblico: in Piazza del Duomo e in Piazza San Fedele, quest’ultimo incompleto al temine del conflitto.

Per quanto riguarda i rifugi di tipo speciale in elevato, oltre alla “Torre delle Sirene” costruita nel 1939 per la Regia Prefettura, se ne realizzano anche altri. Oggi sono visibili il grande “rifugio a torre” della Magneti Marelli in Via Adriano e gli analoghi, ma più bassi e tozzi, tre rifugi dell’Industria Meccanica Piaggio, oggi Caserma 3° CE.RI.MANT, che si affacciano su Via Riccardo Pitteri. Altri, demoliti dopo pochi anni dal termine del conflitto, erano all’interno dell’Alfa Romeo, nella sede del Portello.

Si ricorda inoltre il piccolo e curioso rifugio dello Stabilimento Caproni di Taliedo, in Viale Mecenate n. 74, denominato “Babà” dagli speleologi dell’Associazione Speleologia Cavità Artificiali Milano che l’hanno rilevato e studiato nel 2005.

Quanti rifugi antiaerei in cemento armato sono stati costruiti a Milano entro il temine della Seconda Guerra Mondiale? È difficile rispondere. Occorrerebbe prima effettuare una notevole opera d’indagine negli archivi non solo cittadini.

L’invito è che oggi ogni città e ogni centro minore indaghi e auspicabilmente recuperi almeno la memoria di questi “scudi degli inermi”, per ricordare dove i nostri nonni o i nostri genitori hanno passato parte della loro giovinezza.

I rifugi antiaerei possono diventare “musei di sé stessi”, nel fermo intento che tali rimangano e non debbano essere riutilizzati in una nuova guerra… il cui “alito” è oggi alle porte.

 

 

Dal sottosuolo di Milano riemergono due antiche colonne con capitelli

Dal sottosuolo di Milano riemergono due antiche colonne con capitelli

Dal sottosuolo di Milano riemergono due antiche colonne con capitelli.

Il fusto a sezione esagonale od ottagonale della prima colonna è in granito, mentre il capitello in marmo bianco potrebbe essere rinascimentale, richiamante lo stile corinzio. Si scorgono male, stretti come sono tra le macerie e l’armatura del cavo con sbadacchi metallici.

Poco più avanti, all’interno della profonda trincea, spicca in tutta la sua antica eleganza una seconda colonna: ha il fusto cilindrico con capitello e richiamano lo stile toscano.

Ad avvisarci della prima colonna è stato Frantz Gauviniere, artista francese che ama dipingere Milano sorvolata da sorridenti e ammiccanti draghi-femmina alati.

La seconda colonna l’abbiamo letteralmente scoperta sollevando un telo, forse calato a bella posta per celarla ad occhi indiscreti.

I due elementi del passato sono emersi nell’aprile del 2016 e si trovavano all’interno di un cantiere per la posa della rete di teleriscaldamento, in Corso Monforte. La prima è situata davanti al numero civico 33, proprio dove l’accesso conduce al cortile che separa Palazzo Diotti da Palazzo Isimbardi e da cui s’innalza la Torre delle Sirene. La seconda è prossima all’angolo con Via Conservatorio.

Non si tratta di elementi lapidei frutto di demolizioni e successivi innalzamenti del fondo stradale, ma di manufatti ben conservati e che fanno parte di ambienti sotterranei ancora integri, se si eccettuano i danni operati dalla ruspa. Erano la parte sottostante di edifici esistiti almeno fino ai primi decenni del Settecento.

Nel dettaglio del Catasto Teresiano (1722), che riproduciamo per una migliore comprensione, abbiamo indicato la posizione d’entrambe: la prima in rosso e la seconda in celeste. Rimane chiaro che si tratta di colonne ancora in sito, interne alle corti d’antichi edifici.

La lunga trincea ha inoltre portato alla luce alcune strutture sotterranee non identificabili a causa della distruzione operata dalla ruspa e delle opere messe in posa per il cantiere. Una di queste parrebbe una galleria e potrebbe trattarsi d’un tratto di fognatura otto-novecentesca. Sono inoltre spuntati anche altri elementi lapidei, resti di un passato che potrebbe senz’altro dire ancora qualche cosa.

Terminati i lavori le antiche vestigia sono state semplicemente ricoperte.

Si lascia al lettore ogni altro pensiero sulla salvaguardia del patrimonio architettonico e artistico della città che, tra uno scavo e l’altro, è sempre più degradato e ignorato.

 

Sempre l’anno scorso è apparso sul Corriere della Sera anche un articolo Di Paola D’Amico: Colonne e capitello riemergono dagli scavi per il teleriscaldamento (30 aprile 2016), ed eccone il link.

 

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_aprile_30/colonna-capitello-riemergono-scavi-il-teleriscaldamento-7f3804c6-0e32-11e6-91a4-bd67d1315537.shtml