Il senso della speleologia in cavità artificiali

“Abbiamo da poco varcato l’ingresso di una delle chiese più antiche e suggestive della nostra città. Ad attenderci il parroco che abbiamo conosciuto qualche tempo prima. Siamo in perfetto orario. Dopo aver attraversato la navata principale ci accompagna nella sagrestia. Con modi gentili ci dice che per tutta la mattina sarà in chiesa nel caso avessimo bisogno di lui. Anch’egli non nasconde la sua curiosità per quel sotterraneo che non ha mai visitato.
Ci augura buon lavoro e ci lascia soli, richiudendosi la porta alle spalle.
Rimaniamo per qualche istante a guardare quell’angolo della stanza che durante il primo sopralluogo aveva attirato la nostra attenzione. Decidiamo di procedere.
Il rumore della grata metallica che scorre sul pavimento stride con il silenzio dell’ambiente. Con qualche accortezza, aiutandoci con dei leverini per sollevarla, la facciamo scorrere e poi la solleviamo appoggiandola in angolo. Abbiamo aspettato questo momento per diversi giorni. Con una piccola torcia elettrica illuminiamo il vano sottostante nel quale fa capolino la scala di pietra fino a quel momento solo intravista. Le particelle di polvere e sedimenti girano vorticosamente nel fascio di luce. Abbiamo l’impressione di essere i primi, dopo molto tempo, a scendere in quel posto rimasto dimenticato sotto la chiesa.
Come un rito ormai collaudato inizia la vestizione. Indossiamo le tute speleo, i caschi, i guanti, calziamo alti e comodi stivali di gomma. Dobbiamo essere al contempo protetti e muoverci in modo agevole. Non sappiamo se la cavità ci permetterà di camminare eretti, oppure di procedere chinati, a carponi o come in alcuni casi strisciando. Per precauzione caliamo sul viso delle mascherine ai carboni attivi per evitare di inalare polveri ed eventuali muffe nocive.
Gianluca spesso mi lascia l’onore di scendere per primo nella cavità. È il suo modo di incoraggiare me, scrittore aspirante speleologo, a “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, come dice lui.
Con circospezione scendiamo, prestando sempre la massima attenzione a come ci muoviamo.
Scendiamo lungo i gradini di pietra in parte ingombri di macerie, terra e frammenti di materiale vario. Stiamo leggermente chinati. Sopra di noi si alternano volte di mattoni a tutto sesto e ad arco ribassato. I nostri occhi iniziano ad abituarsi all’oscurità e al nuovo ambiente.
Con una mano sposto alcune ragnatele che pendono dall’alto. Vedo un ragno nero rifugiarsi in una fessura del muro. Esso è uno dei tanti piccoli abitatori del mondo sotterraneo.
Non amo questo genere di fauna, ma d’altronde gli ospiti non sono loro, ma noi.
C’è solo il rumore dei nostri passi cauti e del nostro respiro che ci giunge ovattato attraverso le maschere. Il frastuono del traffico cittadino è improvvisamente un lontano ricordo. Il silenzio dell’ipogeo ha qualcosa di particolare che impone quasi una sorta di rispetto.
Gli apparati illuminanti montati sui caschi ci accompagnano passo dopo passo nella discesa. Finalmente giungiamo al termine della scala dove si apre il sotterraneo vero e proprio.
Quell’ambiente di cui nessuno conservava memoria, la cui esistenza era testimoniata solo da una grata rimasta nel pavimento, ci accoglie destandosi dal tempo. Lo osserviamo meravigliati, incuriositi, interessati. Ci fermiamo e iniziamo a scrutare ogni dettaglio, dal pavimento al soffitto, passando lungo le pareti. Ci soffermiamo sui dettagli architettonici, sul tipo di murature impiegate, cerchiamo di distinguere le eventuali fasi costruttive, cercando di capire la tipologia di cavità artificiale nella quale siamo penetrati. In un angolo scorgiamo un’apertura, l’imboccatura forse di un cunicolo…”

La breve descrizione riportata qui sopra è la cronaca di una delle tante esplorazioni condotte nel sottosuolo di Milano in questi anni.
Ma facciamo un passo indietro.
Occorre chiarire i motivi che ci spingono a caricarci in spalla tutta l’attrezzatura necessaria e a scendere in luoghi bui, spesso angusti e stretti e generalmente poco salubri.
Perché lo fate?
Questo è forse il quesito che ci sentiamo porre più spesso quando parliamo di speleologia in cavità artificiali.
Da una parte percepiamo un senso di stupore e curiosità nei nostri interlocutori, dall’altra una sorta di perplessità per un’attività che può apparire quasi pericolosa o comunque poco salutare.
A questa domanda noi rispondiamo con altrettanti quesiti.
Che cosa si celerà mai nel sottosuolo di quella chiesa, o magari sotto quel vecchio tombino di pietra che nessuno ha mai rimosso, o negli scantinati di un antico palazzo?
Ci saranno davvero quei passaggi segreti e quei cunicoli di cui si parla in determinate leggende legate ad un castello? E quel ricovero antiaereo di cui ci hanno parlato in quel quartiere e che doveva accogliere parecchie persone esiste ancora?
Quesiti che non si pongono solo gli speleologi, ma anche e soprattutto le persone comuni che provano un indubbio fascino per la scoperta, per il mistero e per la storia.
Il solo modo per darsi una risposta è quella di andare sul posto e di “sporcarsi le mani” per verificare le leggende, la dicerie o in altri casi le testimonianze storiche dirette o indirette.
Ecco la motivazione che sta alla base delle nostre esplorazioni: verificare con mano la storia, cercare di riportare alla luce testimonianze di chi ci ha preceduto.
Lasciando da parte le emozioni che si provano nel momento in cui ci viene concessa l’autorizzazione per l’esplorazione di un ipogeo, il fascino dell’imminente scoperta, il senso di pura meraviglia che ci accompagna quando scopriamo una qualche cavità artificiale magari vecchia di secoli, anche quella in apparenza meno importante, la nostra vera “missione” rimane quella di studiare e documentare ciò che vediamo.
Crediamo fortemente che la nostra attività abbia un senso nel momento in cui essa svolge una funzione ben precisa che parte dall’esplorazione di un ipogeo e termina con un’analisi scientifica e storica dello stesso.
Quella dello speleologo in cavità artificiali è spesso vista e considerata purtroppo come una figura surrogato dell’archeologo. Lo speleologo non ha una cattedra d’insegnamento, pur vantando un’indiscussa esperienza sul campo. Ed è qui che le competenze di entrambe le figure diventano necessarie in modo vicendevole.
Entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro. Lo speleologo è colui a cui spetta il “lavoro sporco”, ovvero scendere sul campo, infilarsi nei luoghi meno invitanti per vedere, osservare e raccogliere dati.
Dismessi i panni dei novelli Indiana Jones, come spesso simpaticamente i giornalisti ci hanno appellato (e la cosa ci piace e ci diverte), al termine di ogni esplorazione inizia un lungo e meticoloso lavoro di rilievo della cavità artificiale esplorata, sia che essa sia un semplice ossario, un pozzo, una cisterna oppure un vasto ricovero antiaereo o un canale voltato.
Passata l’ebbrezza del momento, rassegnati di fronte al tamponamento del muro (dietro al quale rimane e rimarrà murato per sempre quel cunicolo tanto faticosamente cercato), spentosi l’entusiasmo di fronte al muro ceduto e che non ci permette di avanzare, non ci resta che fermarci e procedere con metodo e disciplina.
È qui che lo speleologo dopo aver scattato le foto, fatte le debite considerazioni e osservazioni, sfodera l’inseparabile lapis, il quaderno da campo, il distanziometro laser e comincia a impostare il rilievo dell’ipogeo, grande o piccolo che sia. Ogni esplorazione termina sempre con una relazione precisa su ciò che si è visto e con una riproduzione in scala degli ambienti.
Forse in questa seconda parte dell’attività decade il fascino dello speleologo inteso come scopritore di misteri e segreti, ma nonostante gli anni e le difficoltà continuiamo in questa direzione perché crediamo fortemente nel valore della documentazione storica.

Ippolito Edmondo Ferrario

 

I rilievi planimetrici eseguiti dallo S.C.A.M. nel putridarium della chiesa di San Bernardino alle Ossa a Milano:

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